Riflessioni sulla solitudine

altalena vuota

Si rese conto che tutti gli uomini erano così: che ciascuno, ai propri occhi, era perduto e solo. Un’unità che insieme ad altre unità formava una città, ma che pur sempre rimaneva singola e spaurita. Come loro, sul bordo del crepaccio. Se Tom avesse urlato, se avesse chiamato aiuto, a pieni polmoni, sarebbe servito a qualcosa?
Le tenebre potevano inghiottirlo con grande rapidità: un’ondata nera e tutto sarebbe finito. Molto prima dell’alba […]
La constatazione fisica che la vita è solitudine schiacciò il suo corpo, che cominciava a tremare. Anche la mamma era sola, e in quel momento non poteva fare affidamento né sul sacramento del matrimonio né sulla protezione della famiglia, o sulla Costituzione degli Stati Uniti e la polizia della città; non poteva fare affidamento su nient’altro che il suo animo, e là non c’erano che invincibile ripugnanza e il desiderio di abbandonarsi alla paura. In momenti simili il problema è sempre individuale, ed esige soluzioni individuali. Tom doveva accettare di essere solo e procedere da quel punto (“L’estate incantata” di Ray Bradbury).

Oggi pensavo alla solitudine e nella memoria ho recuperato il ricordo di questo passo del libro di Bradbury.
L’autore riesce a farci provare un senso di inquietudine e ci avvolge in una spirale di disperazione di fronte all’ineluttabilità della morte e della solitudine, uniche certezze nella vita di ogni persona.
Anche se siamo circondati da amici, parenti e conoscenti, se ci fermiamo un istante a pensare, ci renderemo conto che siamo soli, che ognuno di noi può ridere, scherzare, prendere parte a conversazioni, ma né cene in compagnia né feste per quanto allegre e divertenti ci potranno allontanare da questa realtà.

Il fatto stesso di esistere, pur in mezzo agli altri, ma di essere un’entità a sé; gli stessi atti di nascere e morire sono compiuti da soli: un sasso lanciato in uno stagno buio, una corsa verso l’ignoto.

Spesso questo senso di solitudine ci schiaccia, ci coglie di sorpresa, alle spalle, come un subdolo assalitore. Ci tormenta e ci avvolge nelle sue spire, senza lasciarci scampo.
Ogni nostro atto vitale è in fondo, la ricerca di riempire questo vuoto, di sentirci meno soli dentro la nostra pelle.

Amare, provare passione per le cose che facciamo sono i nostri amuleti, la nostra redenzione da questo fardello, da questi lacci che a volte, tentiamo, invano, di allentare.

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