Uso scrupoloso delle parole per aiutare il lettore a visualizzare una scena

uso delle parole

Fondamentale per una lettura coinvolgente è riuscire a scrivere in modo che il lettore possa visualizzare la scena che state descrivendo.

I termini da usare vanno scelti con grande oculatezza, in particolare i verbi che sono il propellente dell’azione.
Se utilizzate le parole giuste, con poche frasi ben delineate e una serie di verbi trascinanti, potrete costruire una scena che possiederà grande chiarezza e consentirà ai vostri lettori di entrare nella storia e farne in qualche modo parte.

Ad esempio, una frase semplice, tratta da “Le molliche del commissario” di Carlo F. De Filippis:
Il commissario spense la sigaretta, infilò la giacca e si alzò“.
Questa frase contiene nella sua brevità una scena perfettamente costruita e facilmente immaginabile dal lettore.
Si riesce a vedere il commissario che compie le tre azioni descritte; i verbi danno ritmo alla frase che è composta da tre segmenti che segnalano i tre gesti dell’uomo.

Nei gialli, in particolare, dove spesso le descrizioni sono usate ai minimi termini, è importante tracciare con rapidità una scena o i tratti caratteristici di un personaggio; è importante non far “soffrire” l’azione né farla stagnare, per questo, spesso, nei romanzi gialli compaiono frasi scarne ed efficaci e verbi incalzanti.

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“Sogno Rock”: il mio racconto è uscito su Confidenze

racconto Sogno Rock

Nel n. 3 di Confidenze potete trovare il mio racconto “Sogno Rock”.


Sarei molto felice se lo leggeste in tanti e mi auguro che la storia che ho raccontato possa, se non toccare il vostro cuore, almeno sfiorarlo per qualche istante e farvi dimenticare pensieri e preoccupazioni almeno per qualche momento.

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Il potere delle parole di: suscitare emozioni, evocare ricordi e creare legami

Le parole hanno un enorme potere evocativo ne abbiamo la prova ogni giorno, ma spesso non ci facciamo caso.

Prendiamo me, sto facendo ricerche per un articolo sulla seta e appena mi sono concentrata sulla parola “seta” ho subito creato una serie di collegamenti tra questo specifico termine e una serie di ricordi legati a questa parola: ho pensato a Marco Polo e poi, a “Le città invisibili” di Calvino.

Ovviamente, se pensate voi alla parola “seta” creerete altri collegamenti nella vostra testa, in base ai vostri personali ricordi, magari legati alla scuola (vedi Marco Polo) e alle vostre esperienze personali.
La seta, in tal caso, potrebbe riportarvi alla memoria un foulard particolarmente prezioso e una giornata speciale che avete passato indossandolo oppure chissà quali altri tristi o felici ricordi.

Le parole creano mondi, ma sono in grado di creare anche collegamenti, suggestioni, immagini. Mai sottovalutare il potere di una parola e spesso è difficile individuare fin dove possa arrivare la sua capacità evocativa, e le sue possibilità di suscitare emozioni negative o positive in chi la vede scritta o la sente pronunciare.

Quando si scrive è importante non sottovalutare questa capacità delle parole di creare collegamenti anche con elementi molto lontani tra loro. Certo, non possiamo sapere tra le tante persone che metteranno gli occhi su delle righe di testo da noi scritte, quali emozioni o possibili collegamenti potranno creare, ma in certi casi, certe associazioni sono un tesoro comune cui attingere, perché si sono creati nel tempo dei legami fortissimi tra alcune parole e degli eventi precisi o delle sensazioni tangibili.

Se ad esempio, leggete la parola “cioccolato“, a meno che non apparteniate a quella minoranza che non ama questo particolare alimento, è probabile che vi venga la nota acquolina in bocca.
Se invece dico “dentista“, quasi sicuramente, il ricordo non sarà altrettanto piacevole e forse, vi immaginerete, con una punta di terrore, su una poltrona con qualcuno che traffica nella vostra bocca.

Le parole, in ogni caso, non hanno solo un potere evocativo, dicono molto anche su di noi, quando scegliamo un dato termine piuttosto che un altro, per esprimere un’emozione o per raccontare un aneddoto.

Il nostro legame con le parole è complesso e plurimo e si muove dall’esterno verso l’interno o viceversa.
Quando sentiamo o leggiamo una parola, siamo noi a provare una sensazione o ci troviamo a evocare un ricordo; quando invece ci esprimiamo con certi termini, comunichiamo agli altri chi siamo: la nostra cultura, la nostra sensibilità, le nostre esperienze.

Le parole, in pratica, veicolano e portano con sé molti significati, oltre a quelli reperibili su un dizionario; per questo bisogna fare attenzione all’uso che facciamo delle parole sia quando si usano per mestiere sia quando ci rivolgiamo agli altri, in ogni situazione della vita quotidiana, perché le parole possono curare o avvelenare un’anima.

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Il ventaglio: un accessorio antico ma sempre di moda

Le giornate sempre più calde mi fanno pensare a un oggetto che da tempo allevia il fastidio dell’afa estiva. Un oggetto con una lunga storia, utilizzato nelle cerimonie, amato dall’arte, simbolo di vanità e singolare strumento di comunicazione: il ventaglio.

Questo strumento portatile che consente di rinfrescarsi, è un oggetto pieno di significati simbolici, dal fascino intramontabile.

Il ventaglio ha attraversato i secoli, mantenendo intatto il suo sex appeal e la sua utilità. È composto essenzialmente da due parti:

  • pavese, fatto di tela che può essere dipinta, stampata o semplice. Il pavese può avere in aggiunta anche un ricamo o un merletto (tradizione europea) oppure può essere un semplice foglio di carta stampata (tradizione asiatica).
  • baraja, una base rigida e pieghevole che serve per richiudere il ventaglio e può essere realizzata con vari materiali: avorio, legno, celluloide, madreperla, plastica, tartaruga.

Le prime testimonianze dell’uso del ventaglio risalgono all’antichità egizia ed asiatica: flabelli decorativi in oro erano presenti nella tomba di Tutankhamon. In questa fase, però, venivano adoperati nei servizi e nelle cerimonie di palazzo. Furono i greci a destinare il ventaglio all’uso domestico, seguiti dagli etruschi e dagli antichi romani.

Nel Medioevo, il ventaglio si diffuse sia come oggetto quotidiano sia nelle cerimonie religiose.
In Europa, l’uso del ventaglio è collocato dalla fine del secolo XV.
In Francia, fu introdotto da Caterina De’ Medici. Il suo uso si diffuse, però, tra il XVII e il XVIII secolo, quando diventò un oggetto artistico e aristocratico, riservato ai ranghi sociali elevati.
Solo più tardi fu accessibile a tutte le classi sociali e si diffuse nell’uso di tutti i giorni, prodotto con materiali più standardizzati e di minor pregio.

Nel secolo XIX e inizio del XX, in Francia e Spagna, in un momento in cui la libertà di espressione e socializzazione tra donne e uomini era stata notevolmente limitata, il ventaglio divenne uno strumento di comunicazione privilegiato. Si assiste alla nascita di una vera e propria lingua del ventaglio, in cui ogni gesto aveva un significato ben preciso, un codice, da usare e interpretare.

È in Spagna, comunque, che il ventaglio assume il ruolo di vero e proprio oggetto artistico, diventando parte essenziale della danza flamenca e della danza spagnola di carattere.

Ai nostri giorni, in qualsiasi foggia creato ed esibito, dei più svariati materiali, il ventaglio resta un oggetto pieno di fascino intrigante e sinonimo di femminilità, oltre che un elegante maniera di trovare sollievo dalla calura.

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Regole di scrittura: in una storia, ogni elemento deve essere necessario

regole di scrittura

In una storia ogni elemento descritto ha una sua valenza. Una narrazione che funziona non introduce oggetti o situazioni inutili.

Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari” (A. Checov)

Checov aveva le idee chiare su come strutturare una storia.
Secondo il suo punto di vista, un oggetto che compare a un certo punto della narrazione viene introdotto perché ha uno scopo, una valenza precisa all’interno della storia che si sta raccontando.
In una narrazione accurata, quindi, non ci si sofferma su dettagli inutili o situazioni trascurabili.

Se un autore descrive un dato oggetto, vuol dire che esso avrà una valenza nella storia, a un certo punto, quella data cosa dovrà svolgere un compito, ad esempio, essere un elemento di svolta per il racconto e magari, cambierà completamente le sorti di un personaggio o più personaggi.

La stessa cosa avviene per le scene di un libro o di un film: se non producono un cambiamento nella vita del protagonista, se non servono all’economia della storia vanno eliminate.
In effetti, le storie sono più funzionali e sicuramente più efficaci senza fronzoli, ma strutturate solo con gli elementi necessari al dipanarsi delle varie situazioni e della vicenda in generale.

I gialli sono un genere dove tale tipo di regola è ancora più pressante: se in un libro viene descritto un dato oggetto o in un film l’inquadratura indugia su un particolare, il pubblico sa che a un certo punto della narrazione spunterà fuori di nuovo, così lettori o spettatori lo terranno a mente e magari, più avanti scopriranno che era l’elemento chiave che avrebbe condotto alla soluzione del caso.

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Concisione: tra letteratura e social, una qualità da non trascurare

Rapidità e concisione sono due qualità che, ben amalgamate, possono diventare grande letteratura o magari un tweet ben riuscito.

Il 21 marzo, giorno della poesia, ho riletto alcuni passi dell’Antologia di Spoon River e nella rilettura, mi è saltato all’occhio come Edgar Lee Masters sia riuscito a condensare in poche parole – quelle di un epitaffio – la vita intera degli immaginari defunti del paese immaginario di Spoon River.

Un esempio tratto dal libro vale più di mille spiegazioni:

Hod Putt
Qui giaccio accanto alla tomba
del Vecchio Bill Piersol,
che s’arricchì commerciando con gli Indiani, e che
più tardi profittò della legge sulla bancarotta.
e ne riemerse più ricco che mai.
Io, per me, stanco della fatica e della povertà
e vedendo come il Vecchio Bill e altri s’arricchivano,
derubai un viaggiatore una notte vicino al Boschetto di Proctor,
uccidendolo per caso mentre gli rubavo,
per cui fui processato e impiccato,
quello fu il mio modo di fare bancarotta.


La concisione è certamente un modo per tenere desta l’attenzione e credo che tutti conoscano Twitter e il suo successo legato, quasi sicuramente, al limite di caratteri, piuttosto ristretto, concessi per comunicare notizie, sensazioni, emozioni, pensieri.

Tornando dai social alla letteratura, Italo Calvino era dichiaratamente un estimatore della concisione, anche se lui parla di “rapidità“, nelle sue “Lezioni americane“.
Per lo scrittore l’economia, il ritmo e la logica essenziale con cui sono raccontate certe storie è un valore apprezzabile, un piacere quasi da assaporare.

Ritengo che nel nostro mondo che va anche troppo di fretta, non sia da disdegnare neppure l’opposto – e Calvino stesso, pur sostenendo la rapidità come qualità da prediligere nella scrittura, sosteneva che il tempo narrativo può essere anche ritardante o immobile ed essere ugualmente valido.

Ma la velocità con cui oggi ci arrivano continui messaggi dal mondo, i tempi sempre più ristretti che abbiamo per valutare le notizie ci indicano con fermezza che siamo diretti, letteratura e non, verso un mondo sempre più rapido e conciso. Sta a noi apprezzare questa qualità, ma lasciare sempre nella nostra quotidianità delle pause che vanno decisamente nella direzione opposta…

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Meccanismi che catturano l’attenzione: storie parallele

meccanismi che catturano attenzione storie parallele

Sto seguendo delle serie su Amazon Prime e sono rimasta colpita per come riescono a trascinare gli spettatori dentro la storia.
Ovviamente, queste narrazioni sono costruite proprio con questo intento e sfruttano abili meccanismi congegnati ad arte per catturare l’attenzione, ed è interessante studiare tali meccanismi, analizzandone ogni elemento che li compone.

Un interessante congegno – permettetemi di chiamarlo così – è lo svolgersi di più situazioni in contemporanea che è normale prassi anche nei libri.

Ma quanti di voi si sono soffermati a cercare di comprendere questi abili meccanismi?

In storie congegnate come queste troviamo dei personaggi “trainanti” che portano avanti una loro situazione.
Questi protagonisti o co-protagonisti vengono prima di tutto presentati, poi si passa a descrivere la loro vita e infine si introduce un elemento di rottura: un ostacolo, un pericolo imminente e poi si blocca la situazione per passare a un altro personaggio e alla sua realtà, contemporanea a quella appena mostrata.

A volte, nelle situazioni cui assistiamo, i personaggi hanno delle intuizioni, dei sospetti o ci sono delle indagini che conducono a probabili conclusioni che vengono, però, il più delle volte lasciate in sospeso, lasciando immaginare a quali implicazioni potrebbero portare se uno o più degli altri personaggi venissero a conoscenza di quei fatti o supposizioni.

Veniamo quindi trascinati nella storia e poi spintonati qua e là alla ricerca di risposte, mentre le situazioni vissute da ognuno dei personaggi chiave si svolgono parallelamente l’una all’altra oppure si collegano o si incastrano per una fase o più, si separano di nuovo, e a ognuna di queste “svolte” producono nuovi dubbi e nuove ipotesi.

Il ritmo della narrazione è quasi sempre serrato e teso, a parte qualche situazione di stasi: pause che hanno come unico scopo quello di farci riprendere fiato per poi ritrovarsi con più slancio ad affrontare nuovi problemi, nuove situazioni incalzanti e pericolose.

Il meccanismo di spostamento ci costringe a porci sempre nuove domande e qui, sta in effetti, tutto il succo della questione: nelle domande.

Siamo per natura portati a cercare risposte sia nella vita di ogni giorno sia quando guardiamo una fiction ben costruita.

Il trucco è proprio questo: per tenere desto l’interesse di spettatori o lettori, è necessario costringerli a farsi delle domande.
Ovviamente, le risposte saremo noi a fornirle, alla fine della storia, ma in questa fase non dovremo deludere le aspettative, piuttosto confermarle o meglio ancora depistarle e poi, alla fine, sorprendere sia chi guarda sia chi legge.

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Romeo e Giulietta: una lunga e impossibile storia d’amore

Quanti di voi hanno sentito parlare dell’Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti?

Credo che sarete in pochi ad alzare la mano, ma se invece dicessi:
quanti di voi conoscono la novella di Romeo e Giulietta?

In pratica, parliamo della stessa storia, la prima, l’Historia, per capirci, fu scritta da Luigi Da Porto, un vicentino, e fu pubblicata a Venezia la prima volta, forse, nel 1530 e successivamente nel 1539.
La storia si immagina venga narrata allo stesso Da Porto da un suo “arciero”, durante un viaggio da Gradisca a Udine; in ogni caso, la tragica vicenda non è in origine neppure del Da Porto, bensì, una rielaborazione di un’altra storia ancora: “Mariotto senese, innamorato di Ganozza” tratta dal Novellino, attribuito a Masuccio Salernitano, e ambientata in questa versione a Siena.
La storia fu rivisitata e proposta nel tempo anche da altri autori: Bandello, Gherardo Boldieri e infine, fu consacrata ai posteri dalla versione shakespeariana.

Bisogna riconoscere al Da Porto di aver preparato egregiamente la strada al drammaturgo inglese. Rispetto alla versione del Masuccio, il letterato vicentino immerge la storia in un’atmosfera diversa rispetto a quella creata dal suo predecessore.

Il Da Porto inserisce il racconto in una cornice familiare, di assoluta normalità e situa gli avvenimenti in un momento storico e geografico ben preciso: le lotte fratricide tra le opposte fazioni nobiliari nella Verona di Bartolomeo della Scala e i luoghi dell’azione sono circoscritti tra Verona e Mantova.
Invece, Masuccio accentua la straordinarietà della vicenda, inoltre, la sua versione della storia si colloca in un tempo indeterminato e spazia geograficamente da Siena ad Alessandria d’Egitto.

Cornice realistica, atmosfera quotidiana e familiare, collocazione precisa nel tempo e nello spazio, circostanze banali (il messo inviato a Romeo da Giulietta non lo trova e trattiene la lettera) che sono causa scatenante della risoluzione fatale, la morte contemporanea dei due amanti costituiscono le differenze sostanziali tra la versione di Da Porto e quella di Masuccio e nel loro insieme fanno la differenza.

Nella versione di Da Porto, oltre alle sostanziali diversità già viste, che rendono la storia indubbiamente migliore di quella del Masuccio, si aggiunge la capacità del vicentino di gestire con grande maestria il gioco dell’equivoco e del malinteso. Questi due elementi si muovono verso un climax, verso l’ultimo ed estremo crudele gioco della sorte: la morte dei due amanti, inevitabile, ma solo per un soffio; ciò rende la storia ancor più drammatica e angosciosa.

Il Da Porto ha indubbiamente il merito di aver preparato la storia a dovere, affinché giungesse agli allori nelle mani di William Shakespeare.


fonte: “La Novella del Cinquecento” di Bruno Porcelli, Editori Laterza, 1979

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