Moda, politica ed emancipazione: la sorprendente storia del “Corriere delle Dame”

Il “Corriere delle Dame” fu molto più di un giornale di moda: un laboratorio di idee, cultura e libertà per le donne dell’Ottocento.

Tra Settecento e Ottocento il mondo dell’editoria vive una trasformazione profonda: l’Illuminismo alimenta il desiderio di conoscenza, l’alfabetizzazione cresce e la stampa diventa il mezzo più potente per diffondere idee, mode e dibattiti. È un periodo in cui i giornali si moltiplicano e si specializzano, rispondendo a un pubblico sempre più curioso e variegato.

In questo scenario, nel giugno del 1804, nasce a Milano il Corriere delle Dame.
A fondarlo è Giuseppe Lattanzi, ma la direzione del giornale spetta a sua moglie, Carolina Arienti: donna colta, determinata e sorprendentemente moderna, impegnata nella difesa dei diritti femminili, quando ancora nessuno parlava di emancipazione e, ovviamente, il periodico riflette la sua visione innovativa.

Sottotitolato Giornale di mode, letteratura, belle arti, teatri e notizie politiche, il Corriere si presenta come un settimanale di moda illustrato. E, in un’epoca in cui alle donne è richiesto soprattutto di prepararsi al matrimonio e alla vita domestica, il tema del “bel apparire” affiora come tema centrale. Alle abbonate del Corriere arrivano incisioni in rame acquerellate con figurini di moda che sono veri e propri oggetti da collezione.
Dal 1806, i coniugi Lattanzi iniziano perfino a vendere abiti e accessori per corrispondenza: una sorta di “e-commerce ante litteram”.

La vera forza del Corriere delle Dame e il successo che ottiene in quegli anni, non riguarda solo il pubblico femminile e gli argomenti che tratta non sono orientati esclusivamente a quelle si ritenevano le esigenze del gentil sesso in quell’epoca.
Carolina Arienti ha unito l’utile al dilettevole: ha offerto alle lettrici non solo intrattenimento, ma anche strumenti per ampliare i propri orizzonti. Accanto alla moda, trovano spazio recensioni letterarie, aggiornamenti sui teatri milanesi, racconti, poesie, aneddoti, giochi enigmistici, consigli di puericultura, economia domestica e igiene. Una miscellanea ricchissima, ispirata agli almanacchi e alle gazzette settecentesche, capace di conquistare un pubblico sempre più ampio.

Tra le sezioni più innovative c’è il Termometro politico, una pagina dedicata alle notizie interne e internazionali, concessa in via privilegiata dal Governo. Pur mantenendo un tono prudente, la rubrica consente alle donne di accedere a informazioni da cui erano tradizionalmente escluse: politica estera, campagne militari, relazioni internazionali. Un piccolo ma significativo passo verso una maggiore consapevolezza civica.

Il periodico diventa così un punto di riferimento culturale: ospita contributi di Neoclassici e Romantici, presenta opere italiane e straniere, alterna testi impegnati a letture più leggere. E soprattutto, offre alle donne uno spazio di informazione e formazione che fino ad allora non esisteva.

Alla morte di Carolina, nel 1818, la direzione passa a Giuditta Lampugnani, affiancata dal figlio Alessandro. La sigla “C.L.” continua a comparire sul Corriere: la nuova moglie di Lattanzi, Vittoria Carolina Pozzolini, sceglie di firmarsi con le stesse iniziali.

Con il tempo, e soprattutto dopo il 1848, la parte politica si amplia ulteriormente, mentre nascono due testate parallele dedicate alle sarte: Il Corriere delle Mode e La Ricamatrice. Il Corriere delle Dame si concentra così sul fermento culturale e politico che anima Milano, tanto che nel sottotitolo compare la dicitura “notizie politiche”.

Dopo il 1850, però, la rivista torna a un’impostazione più tradizionale, pur mantenendo una certa apertura verso i diritti femminili, rafforzata dagli eventi dell’Unità d’Italia. La sua lunga storia termina nel 1875, quando viene fusa con le pubblicazioni della casa editrice Sonzogno.

Oggi, il Corriere delle Dame resta una testimonianza preziosa: un esempio pionieristico di giornalismo femminile capace di parlare alle donne senza rinchiuderle nei ruoli imposti dalla società, offrendo loro strumenti per conoscere, capire e – almeno un po’ – emanciparsi.