Scrivere ai tempi del Coronavirus: poesia paesaggistica #3

Scrivere ai tempi del Coronavirus poesia paesaggistica 3

Mi sono chiesta: che cosa può fare uno scrittore in tempi di Coronavirus per essere d’aiuto?
Scrivere, ovviamente, magari qualche pillola di poesia…

Tacito accordo di mare e cielo.
Nel mesto vagare di nubi,
maestoso sentore di tempesta.

Scrivere ai tempi del Coronavirus: poesia da camera #2

Scrivere ai tempi del Coronavirus poesia da camera

Mi sono chiesta: che cosa può fare uno scrittore in tempi di Coronavirus per essere d’aiuto?
Scrivere, ovviamente…

Fruscii, guizzi repentini. Qualche lampo di colore e un leggero cinguettio.

Ti nascondi in mezzo al verde lucido delle foglie, ma so che ci sei.
Ci osserviamo, separati solo dal leggero intreccio di rami.

Forse ti stai chiedendo come mai sono qui, affacciata alla finestra, o magari, speri in qualche briciola di pane.

Ti vedo gonfiare le penne, scuotere rapido la coda e lanciare un ultimo cinguettio a mo’ di saluto.

Non ho avuto neppure il tempo di regalarti un po’ di cibo, ma domani, lo troverai…

Scrivere ai tempi del Coronavirus: riflessioni quotidiane #1

Leggere e scrivere sono due attività che non subiscono battute d’arresto a causa del Coronavirus: si possono tranquillamente praticare restando a casa.

Inoltre, mi sono chiesta: che cosa può fare uno scrittore in tempi di Coronavirus per essere d’aiuto?
Scrivere, ovviamente. Così ho pensato di scrivere qualche breve riflessione sulle mie giornate e sulle meste osservazioni giornaliere dalle mie stanze.

Non è un gran contributo, ma ci tengo a dedicarlo a tutti quelli che si sacrificano, affinché la nostra vita possa andare avanti, nonostante le limitazioni, e a tutti coloro che hanno bisogno di un istante di distrazione e di sollievo in questi momenti così difficili.

Dall’alto della terrazza, la mia città è strana: lontana eppure vicina, quasi potessi toccare le sue case di cartapesta colorata.

I gialli, gli aranci, il verde appena accennato, il rosso bruciato dei tetti sono affastellati, uno sull’altro; mentre alberi svettanti lanciano le loro chiome verso il cielo.

Rari passanti misurano i loro passi lungo i marciapiedi; auto sparute scorrono rapide, senza dover più contendere l’asfalto ad altri veicoli all’assalto.

Il mare è un tappeto screziato, un miraggio nel deserto solitario del paesaggio.

Uso scrupoloso delle parole per aiutare il lettore a visualizzare una scena

uso delle parole

Fondamentale per una lettura coinvolgente è riuscire a scrivere in modo che il lettore possa visualizzare la scena che state descrivendo.

I termini da usare vanno scelti con grande oculatezza, in particolare i verbi che sono il propellente dell’azione.
Se utilizzate le parole giuste, con poche frasi ben delineate e una serie di verbi trascinanti, potrete costruire una scena che possiederà grande chiarezza e consentirà ai vostri lettori di entrare nella storia e farne in qualche modo parte.

Ad esempio, una frase semplice, tratta da “Le molliche del commissario” di Carlo F. De Filippis:
Il commissario spense la sigaretta, infilò la giacca e si alzò“.
Questa frase contiene nella sua brevità una scena perfettamente costruita e facilmente immaginabile dal lettore.
Si riesce a vedere il commissario che compie le tre azioni descritte; i verbi danno ritmo alla frase che è composta da tre segmenti che segnalano i tre gesti dell’uomo.

Nei gialli, in particolare, dove spesso le descrizioni sono usate ai minimi termini, è importante tracciare con rapidità una scena o i tratti caratteristici di un personaggio; è importante non far “soffrire” l’azione né farla stagnare, per questo, spesso, nei romanzi gialli compaiono frasi scarne ed efficaci e verbi incalzanti.

Concisione: tra letteratura e social, una qualità da non trascurare

Rapidità e concisione sono due qualità che, ben amalgamate, possono diventare grande letteratura o magari un tweet ben riuscito.

Il 21 marzo, giorno della poesia, ho riletto alcuni passi dell’Antologia di Spoon River e nella rilettura, mi è saltato all’occhio come Edgar Lee Masters sia riuscito a condensare in poche parole – quelle di un epitaffio – la vita intera degli immaginari defunti del paese immaginario di Spoon River.

Un esempio tratto dal libro vale più di mille spiegazioni:

Hod Putt
Qui giaccio accanto alla tomba
del Vecchio Bill Piersol,
che s’arricchì commerciando con gli Indiani, e che
più tardi profittò della legge sulla bancarotta.
e ne riemerse più ricco che mai.
Io, per me, stanco della fatica e della povertà
e vedendo come il Vecchio Bill e altri s’arricchivano,
derubai un viaggiatore una notte vicino al Boschetto di Proctor,
uccidendolo per caso mentre gli rubavo,
per cui fui processato e impiccato,
quello fu il mio modo di fare bancarotta.


La concisione è certamente un modo per tenere desta l’attenzione e credo che tutti conoscano Twitter e il suo successo legato, quasi sicuramente, al limite di caratteri, piuttosto ristretto, concessi per comunicare notizie, sensazioni, emozioni, pensieri.

Tornando dai social alla letteratura, Italo Calvino era dichiaratamente un estimatore della concisione, anche se lui parla di “rapidità“, nelle sue “Lezioni americane“.
Per lo scrittore l’economia, il ritmo e la logica essenziale con cui sono raccontate certe storie è un valore apprezzabile, un piacere quasi da assaporare.

Ritengo che nel nostro mondo che va anche troppo di fretta, non sia da disdegnare neppure l’opposto – e Calvino stesso, pur sostenendo la rapidità come qualità da prediligere nella scrittura, sosteneva che il tempo narrativo può essere anche ritardante o immobile ed essere ugualmente valido.

Ma la velocità con cui oggi ci arrivano continui messaggi dal mondo, i tempi sempre più ristretti che abbiamo per valutare le notizie ci indicano con fermezza che siamo diretti, letteratura e non, verso un mondo sempre più rapido e conciso. Sta a noi apprezzare questa qualità, ma lasciare sempre nella nostra quotidianità delle pause che vanno decisamente nella direzione opposta…

Mestiere di scrivere: il ritmo, una questione importante

metronomo ritmo

Nella maratona inesausta delle mie letture, oltre a scegliere il genere, mi lascio guidare dal ritmo dell’autore che mi aiuta anche nel mestiere di scrivere.

Ogni storia ha il suo ritmo.
Credo sia utile per ognuno di noi scegliere quello che ci è più congeniale.
Di solito, quando le mie letture hanno il ritmo giusto riesco a scrivere diverse pagine nello stesso giorno; le parole escono senza fatica, rallentate solo dalla capacità delle mie mani di stare dietro ai miei pensieri.

Questo accade perché la musica ha sempre avuto una parte da protagonista nella mia vita. Anche quando apparentemente credevo di averla accantonata, la musica è sempre tornata alla ribalta nella mia vita, nei più svariati modi.
Sono convinta che la musica influenzi profondamente il mio modo di scrivere: anche quando non viene citata esplicitamente, è comunque presente, in altre forme, ad esempio, nel ritmo delle parole o nella scelta dei termini.

Leggo e rileggo spesso quello che ho già scritto, prima di procedere con la scrittura, e scelgo le parole anche per il loro suono, oltre che per il loro senso all’interno di una frase e rileggo sempre ad alta voce, per valutare se all’orecchio suona tutto nel modo giusto.

I miei libri sono diventati il mio strumento personale e io premo tasti, pizzico corde o intono note, ogni volta che scrivo.

Il mestiere della scrittura inizia da una “buona” lettura

Lettore LetturaUno scrittore, di cui non ricordo il nome, sosteneva che una volta che si inizia a scrivere per mestiere, il modo di leggere gli altri autori cambia profondamente. Secondo la sua tesi, uno scrittore non può limitarsi a leggere un libro solo e semplicemente godendosi la storia, ma la sua lettura sarà un’indagine vera e propria, uno studio approfondito del testo.

Aveva ragione.
Intrapreso il mestiere della scrittura, anche leggere non può essere più soltanto un piacere per chi scrive. Non ci si può limitare ad apprezzare in modo superficiale una storia, ma è necessario entrarci dentro, scomporre il testo, le frasi, passare al vaglio gli aggettivi, saggiare l’uso e l’efficacia della punteggiatura.

In una sorta di autopsia del contenuto si procede in certi casi come farebbe un patologo con un corpo sul tavolo dell’obitorio: si ricerca la causa della perfezione nascosta dietro una storia, dietro espressioni prive di sfilacciature, ci si sofferma su metafore e modi di dire.

Si tenta di comprendere come una serie di frasi concatenate possano creare quel senso di ansietà, quel brivido di accelerazione dato dall’azione che fa salire l’adrenalina e spinge a cercare la frase successiva, il nuovo paragrafo e la pagina ancora a seguire.
Oppure si indaga all’opposto su quel senso di quiete, di pausa a effetto che ci costringe a fermarci, a riflettere, magari a sognare a occhi aperti…

Leggere diventa studiare, con attenzione, con cura e poi, quanto appreso va rielaborato, spesso in modo inconscio, e ci si accorge che scrivendo una nuova storia c’è stata una maturazione, una crescita, uno sviluppo inatteso.
Nuove cose prendono forma: nuovi concetti, nuove parole, nuove strutture con cui fare nuove costruzioni, più complesse, più intense, spesso più vicine alla realtà.

Personaggi in cerca di autore o Autore in cerca di personaggi?

Principe ranocchioPersonaggi e autore hanno un rapporto complicato che non si limita alla penna e al foglio di carta. I personaggi di un libro sono per il suo autore degli amici, dei compagni di viaggio e spesso i rapporti con loro non sono semplici.

In realtà, lo scrittore intraprende con i suoi personaggi delle vere relazioni, a volte di amicizia, a volte di amore e odio.

Quando alcuni autori sostenevano di litigare a volte con i loro personaggi o di essere costretti a determinate scelte per “soddisfarli”, non volevo crederci.
Continuando a scrivere, devo riconoscere che ho dovuto ricredermi, e non poco…

Negli ultimi racconti “gialli” scritti, ho affrontato situazioni simili: un personaggio a cui pensavo di assegnare un ruolo secondario, per fare risaltare un altro del quale credevo di avere in testa una perfetta caratterizzazione, sorprendentemente si è preso a forza una quantità di spazio che io non avevo immaginato in alcun modo di dargli.
Con rassegnazione, ho dovuto lasciarlo fare.

Il suo carattere si è definito a mano a mano che procedevo con la scrittura e, di storia in storia, la sua particolare personalità ha finito per lasciare in ombra il personaggio a cui avevo destinato un ruolo di primo piano.

La conferma di questa inversione di piani e parti rispetto a quanto avevo preventivato mi è giunta dalla recensione di un lettore che nell’occasione aveva trovato il personaggio che doveva essere, nei miei intenti, “secondario”: “più riuscito e interessante”.

Nell’ultimo racconto che sto ultimando, devo contrastare la veemenza di un altro similare personaggio che, nonostante i miei tentativi di soffocarne le ambizioni, di fatto mantiene in una certa subalternità tutti gli altri. Osservo con una certa preoccupazione che sono sempre più numerosi i personaggi che riescono ad imporsi, presentandosi con arroganza sulla scena, e mi impongono una revisione nella pianificazione degli eventi e intrecci, tanto da cambiare la storia che avevo in testa.

Perciò, mi sono chiesta se in effetti non siano i personaggi a cercarci, mettendo a disposizione le loro vite, piuttosto che noi scrittori a crearli, illudendoci di aver inventato un personaggio e la sua storia.
Non mi stupirei, a questo punto, che un ranocchio diventasse un principe o viceversa…

Lo scrittore: un lanciatore solitario. “Per gli scrittori non ci sono panchine”

palla da baseball

Mi sono immersa nella lettura de “Il mestiere dello scrittore” con la stessa fiducia e curiosità con cui avevo affrontato “On Writing” di Stephen King.
Leggere i consigli degli scrittori sulla scrittura è un’esperienza interessante da cui si riemerge più consapevoli e muniti di qualche strumento in più per destreggiarsi nel difficile mestiere di scrivere.

Ingenuità, semplificazione e spontaneità sono, secondo Murakami, essenziali per chi decide di affrontare lo scoglio della scrittura, per chi ha deciso di iniziare a comunicare, scrivendo.

Ho trovato interessante l’osservazione disincantata di Haruki Murakami della sua stessa scrittura e della sua evoluzione nel tempo.
Il suo primo romanzo è stato partorito con assoluta ingenuità (nei confronti del panorama letterario del momento, di cui non sapeva nulla e nella totale ignoranza delle regole da seguire per scrivere un romanzo) ed estrema semplificazione (parole semplici ottenute con un lavoro di sottrazione).

Scrivere il suo primo romanzo per Murakami è stato come, metaforicamente parlando, costruire uno scheletro che nel tempo si è dotato di una muscolatura.
In pratica, per lui, l’esercizio di scrivere è stato un vero e proprio processo di stratificazione e ispessimento; i suoi lavori successivi si sono irrobustiti e sono diventati più complessi, seguendo una sorta di evoluzione fisiologica.

La scrittura, secondo l’autore, nasce da pochi elementi, parole semplici e discorsi semplificati, dove la sottrazione è un’operazione fondamentale.
In seguito, questa struttura andrà ispessita e acquisterà forza ed energia, in modo naturale e, crescendo, con costanza e determinazione, acquisterà concretezza e un certo livello di maturità.

Tutto però deve partire da un impulso puramente interiore.
La gioia spontanea e il senso di libertà che ne consegue, insiti nel gesto di scrivere, devono permeare il lavoro dello scrittore.
Murakami, parlando di questo impulso, fa un esempio che mi ha ricordato due parabole evangeliche: quella del seminatore (Matteo 13,1-23, Marco 4,1-20 e Luca 8,4-15) e quella della casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia (Matteo 7,21-29), quando dice che chi scrive senza avere dentro di sé questo impulso non combinerà granché, come le piante che non hanno radici saldamente affondate nella terra.

Lo scrittore è un accumulatore di informazioni.
Leggere, senza dubbio, è il primo dovere di un buon scrittore.
La lettura continua e infaticabile è un compito imprescindibile del processo di scrivere.
Inoltre, un esercizio molto importante, per Murakami e non solo per lui, è osservare con attenzione: cose, eventi, persone e riflettere su quanto si è osservato, senza, però, formulare giudizi.

Questa operazione di raccolta del materiale deve essere seguita da un’efficace organizzazione di quanto si è accumulato.
La memoria ovviamente non riesce a ricordare ogni cosa al millesimo, quindi, bisogna operare una selezione, centellinare quanto si è raccolto dal mondo circostante, isolare e poi, conservare dettagli concreti e peculiari, quelli cioè che hanno maggiormente attirato la nostra attenzione, “tanto meglio se inspiegabili, è ovvio. Poco ragionevoli, privi di filo logico, poco convincenti o misteriosi“.
Murakami sostiene che “gettando dentro la mente le cose alla rinfusa, quello che deve sparire sparisce, quello che deve restare resta. A me piace questa selezione naturale della memoria“.
Rimanendo in argomento, Burrhus F. Skinner (psicologo statunitense) definisce cultura “ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto“, quindi, bisogna fidarsi del potere selettivo della nostra mente di conservare solo ciò che è davvero importante, quello che è indispensabile o utile e magari, abbandonare il fedele taccuino su cui normalmente si annota ogni cosa, per lasciare sedimentare i ricordi e filtrare solo ciò resta.

Dal ripostiglio dove sono rinchiusi alla rinfusa i materiali più disparati, bisogna trarre gli elementi che opportunamente composti diano vita a una sorta di magia
.
Murakami sostiene di scrivere come se stesse componendo musica, la magia, che dà senso a una storia e la rende meritevole di essere letta, secondo lui, si crea tenendo conto di alcuni preziosi alleati: il ritmo, elemento fondamentale per costruire e tenere in piedi una storia, un ritmo saldo dall’inizio alla fine; l’armonia creata da una serie di accordi molto diversi fra loro; l’improvvisazione, quella dei musicisti jazz che attraverso la libera espressione mettono in gioco tutte le loro capacità tecniche e il gusto musicale.
Secondo Murakami se ritmo e armonia sono ben gestiti si può improvvisare in maniera spontanea. Improvvisare per creare liberamente il proprio suono.

Secondo Murakami si scrive perché si ha il desiderio di farlo, mossi da un interesse genuino, da una forza che permette di superare ogni difficoltà.
In ogni caso, quando l’autore inizia a scrivere un romanzo, è solo. Nessuno lo può aiutare a organizzare il materiale nella sua testa o a trovare le parole giuste per esprimere quello che intende dire. Quello che si è iniziato da soli, si deve portare avanti e completare da soli.
Non si può fare come i giocatori di baseball, che di questi tempi, dopo aver lanciato sette volte, lasciano il posto a un altro e vanno ad asciugarsi il sudore in panchina. Per gli scrittori non ci sono panchine. Una volta iniziata la lunga sfida, devono continuare a lanciare la palla, forse anche quindici, diciotto volte, fino al termine della partita“.

Scrivere: un mestiere accurato

quaderno penna tazzina gialla

Scrivere è un mestiere complesso.
Si devono raccogliere più dati possibili dal mondo circostante e tenere in serbo ogni pensiero per un loro eventuale uso futuro.
Dettagli colti dalla natura e dalle persone sono valori inestimabili, terreno fertile da cui ricavare storie, ma c’è anche l’altro lato della medaglia: in questo vasto mare, bisogna saper scegliere.

Perché al di là della capacità di osservare, qualità indispensabile per chi scrive, è anche necessario saper filtrare quanto arriva dal mondo esterno per giungere all’accuratezza estrema, altro requisito indispensabile di una buona scrittura.

Prima di tutto, si screma il materiale quotidiano che ci arriva attraverso i sensi, poi si costruisce una storia, valutando i percorsi, le svolte e l’andamento generale. Poi si revisiona con cura il materiale, più e più volte, tagliando e affinando le frasi e vagliando con puntigliosità i termini con cui esprimersi, per lasciare alla fine, solo quelli esatti, quelli che possano comunicare con precisione il nostro messaggio al lettore, comprese le sfumature che ogni frase, parola e persino ogni segno di punteggiatura portano con sé.

Per un periodo ho studiato canto e ricordo ancora un consiglio che la mia insegnante mi ripeteva sulla posizione dei suoni.
Diceva che più si sale verso l’acuto e più la voce, idealmente, dovrebbe uscire da un punto posto sulla fronte, un punto piccolissimo: una punta di spillo, per intenderci, e più si riesce a indirizzare il suono verso questo “punto immaginario di sfogo”, più il suono sarà giusto, alto, in maschera.

La voce è essenzialmente un’entità invisibile all’interno del corpo e sono necessari punti di riferimento concreti per orientarsi e districarsi, anche se di concreto hanno solo il fatto di servire al cervello come spunto per controllare i suoni e veicolarli attraverso l’apparato vocale (corde vocali e tutto il resto) nel modo migliore possibile.

Perché questo esempio?
Perché oggi, pensando all’accuratezza indispensabile per scrivere in modo corretto, mi sono figurata come traguardo, quello stesso punto minuscolo e invisibile dal quale dovrebbero passare pensieri, sensazioni e dati per diventare una storia. Quello spazio ristretto non è altro che un filtro attraverso il quale andranno scremati anche i termini che utilizziamo per esprimerci, al fine di individuare la parola giusta, quella che definisce con estrema esattezza quello che vogliamo dire.
Riprendendo l’esempio del canto, è concentrare il suono in quel punto immaginario di spilla per ottenere il risultato perfetto o quasi.

Scrivere, a conti fatti, non è che l’estremo tentativo di far passare il cammello per la cruna dell’ago.