Social, Acquisti online, e-mail e… quant’altro

social acquisti online emai quantaltroSarà capitato anche a voi…

Canta Mina nella famosa Zum, zum, zum, parlando di un’ossessione musicale che le è spuntata in testa.

A me invece capita di essere sempre più spesso ossessionata dalla rete.

Per motivi di lavoro, di studio, di ricerca e di diletto, mi ritrovo a fare i conti con mareggiate di e-mail, carrelli virtuali, post, commenti, “mi piace” più o meno consapevoli, tweet, miriadi di video sempre più fantasiosi e sciami di  emoticon che tentano con ogni mezzo di esprimere le mie emozioni più profonde con sempre nuove faccette.

Sprofondata a inseguire link e rimandi su un topic, inciampo su query e tento vanamente di formulare nel frattempo pensieri legati alla scrittura, mentre le informazioni si gonfiano, si moltiplicano a dismisura e io finisco per avvertire una gran confusione in testa e mi ritrovo con poche, ossute e spigolose parole da mettere in fila per costruire un personaggio, una trama o un umile canovaccio.

Flussi di dati e onde di pensiero… un intreccio, quasi una musica che quando smetterà di suonare, mi auguro di riuscire a tirare i remi in barca e, rigorosamente offline, di iniziare a riflettere e programmare il mio prossimo libro, sperando di riuscire a tradurre, senza fare e farvi confusione, quanto accumulato in questo tempo sospeso, in cui vivo da un po’, con il mio Zum, zum, zum quotidiano e tanti “quant’altro” da mettere in ordine.

Coreografia come scrittura dell’anima

coreografia danza

Le due opposte fazioni si sfidarono con lo sguardo e con la postura, in un silenzio teso, quasi magico. Poi Lisa si mosse, agitò le braccia in gesti ampi e frenetici […].
A turno partirono anche le altre ragazze, con lo stesso movimento […] aggiungendosi una alla volta, finché non furono tutte insieme […].
I ragazzi erano immobili e le osservavano in silenzio.
Le ragazze continuarono a sfidare i ragazzi con movimenti sinuosi delle braccia che si intrecciavano e si scioglievano, creando un complesso tessuto visivo, mentre postura e sguardi comunicavano una forte carica emotiva.
I ragazzi rispondevano, proponendo la loro serie di movimenti molto più audaci […]
Guardandoli si aveva l’impressione di uno strano contrappunto visivo […].
Gli unici suoni erano i passi strisciati sul palcoscenico, i colpi dei piedi che toccavano le tavole di legno del pavimento, quando i ragazzi atterravano dai salti e i suoni secchi prodotti dalle ragazze che scandivano il tempo con colpi ritmici di tacco all’unisono.
La scena in sé aveva qualcosa di affascinante e minaccioso al tempo stesso” (da Segui il cuore di Jillian Moore).

Quando ho scritto questa scena di danza conoscevo già Pina Bausch, avendo fatto danza per diversi anni, ma è solo dopo aver visto un documentario dedicato a questa donna straordinaria che sono rimasta folgorata.

Mi ha colpito in particolare la sua interpretazione coreografica de “La sagra della primavera“, anche se tutti i suoi lavori sono di un’intensità tale da lasciare senza parole l’osservatore.

Nelle sue coreografie i ballerini prima di tutto esprimono se stessi, la loro individualità. I movimenti hanno una forza di penetrazione incredibile sia i gesti singoli portati all’estremo sia i movimenti corali dove gruppi di persone esprimono con gesti identici uno stato d’animo condiviso.

Nei suoi lavori trapelano emozioni molto intense, espresse in gesti a volte esasperati che tendono il corpo dei ballerini fino al limite. Spesso le sue coreografie contemplano movimenti ripetuti all’infinito, in un ciclo disperato e metodico.

Ritmi infernali della musica vengono rappresentati con virtuosismi ritmici, cesure di attesa, dove campeggia un’immobilità o una lentezza esasperata dei movimenti. A volte i ballerini si muovono senza alcun legame l’uno con l’altro, pur essendo compresenti sulla scena. In altri casi il confronto tra soggetti è estraniato e si assiste a una parodia dei classici passi a due, dove il collegamento della coppia si esprime in gesti folli o pieni di frenesia.

L’isterismo di alcune coreografie, il senso di solitudine e incomunicabilità che si percepisce dalle dinamiche dei danzatori in molti lavori della Bausch colpiscono per la loro intensità e per il parallelo che di essi si può fare con le nostre attuali realtà sociali che ci vedono allontanarci sempre di più l’uno dall’altro, mentre i rapporti umani diventano ogni giorno più complessi e difficili da gestire.

Nel documentario c’erano anche spezzoni di interviste e alcune parti in cui Pina Bausch spiegava ai danzatori alcuni movimenti della coreografia. Ascoltando le impressioni dei ballerini e osservando gli insegnamenti della Bausch, ho concluso che lei lavorava con i danzatori per spingerli a far emergere la loro personalità, esortandoli a usare il corpo in modo totale per rivelare i moti dell’anima. Per questo nelle sue coreografie non è più il virtuosismo tecnico a rivelarsi, ma l’espressione portata a livelli altissimi.

Emozione e creazione: un gioco di rimandi

emozioni paesaggio albero

Il termine emozione viene dal francese “émotion“, derivato di émouvoir “mettere in movimento”.

Mi piace l’idea che la parola emozione contenga in sé l’idea del “movimento”.
In effetti, un’emozione crea indubbiamente un movimento che a volte procede dall’esterno (dopo un particolare avvenimento) per poi raggiungere l’interno di una persona. In altri casi, il movimento parte da dentro e si propaga fuori.

L’emozione produce un’energia, in certi casi positiva, in altri negativa: comunque produce un cambiamento.

Ritengo che i libri siano in grado di provocare un’infinità di emozioni diverse, quello è il loro scopo, come l’arte in genere, dalla pittura, alla musica, al teatro.

Una produzione artistica deve coinvolgere, rendere partecipe il lettore, l’ascoltatore o lo spettatore, suscitando una reazione: un’emozione, appunto, che possa collegare l’artista al fruitore.

In altre parole, una creazione artistica aspira a costruire dei ponti virtuali tra “il creatore” e un pubblico, attraverso i quali si può viaggiare avanti e indietro, in un gioco di rimandi e di emozioni infinite.

Ognuno percepisce la creazione artistica in modo diverso, assorbendola e filtrandola sulla base delle sue esperienze e conoscenze, ma l’importante è che ci sia uno scambio.

Più un’opera è complessa, più emozioni è in grado di suscitare e più si manifesterà longeva, comunicando ed emozionando ancora resterà intatta, seppure differente, a distanza di molti secoli.

Parola del giorno: leggerezza

colibri leggerezza

Oggi, camminando tra i miei pensieri sono inciampata sulla “leggerezza”.

Che pesa relativamente poco, che fa sentir poco il suo peso
Così definisce il termine “leggero” il vocabolario Treccani

Calvino, nelle Lezioni americane, tenta di definire la leggerezza che ritiene una caratteristica ben presente nelle sue opere.
Lo scrittore sostiene di aver sottratto peso alle figure umane, ai corpi celesti e alle città, ma soprattutto, ritiene di aver tolto peso alla struttura del racconto e del linguaggio.

Seguendo i suoi suggerimenti si arriva a Montale, a Piccolo testamento, dove la leggerezza assume labili sembianze:
traccia madreperlacea di lumaca/o smeriglio di vetro calpestato

Questi sono solo alcuni esempi letterari legati a questa parola: molti si sono interrogati sul suo significato e hanno cercato di dare risposte o definizioni, magari attraverso complessi trattati filosofici.

Lascio a voi il compito di rintracciare altre impronte della leggerezza nella letteratura, nella filosofia, e perché no, anche in qualche singolare trattato scientifico.

Se facessi diversamente, appesantirei questo post che vuole essere un semplice suggerimento.

Per quanto mi riguarda, io credo che in qualsiasi modo la si rappresenti, la leggerezza sia una conquista, la capacità di sentire le cose che ci circondano senza farsi soffocare da esse, dalla pesantezza delle giornate, dalle fatiche quotidiane e dal dolore.

Ritengo che leggerezza sia la capacità e la certezza di avvertire un barlume di gioia nascosto o lontano; il desiderio che prende corpo senza pesare sull’anima.

Parola del giorno: Pace

Colomba bianca simbolo pace

Pace, una parola controversa e bellissima.

In questi giorni la si avverte nell’aria, compare in molte canzoni legate al Natale e mai come in questo momento è oggetto di attenzione profonda.

Credo bisognerebbe riflettere un po’ sulla sua etimologia e su i significati che può assumere, considerarla con cura, in base a punti di vista e contesti diversi.

Può essere un relazionarsi sereno con gli altri, vivendo in armonia nel mondo e nella natura. Può essere una condizione interiore, ma per molti in questo momento incarna il desiderio profondo e intenso di non vivere più con il rischio opprimente della morte, per cui vi esorto a riflettere su questa parola, ad aprire un semplice dizionario per vedere ogni suo possibile significato.

Un piccolo prontuario per iniziare la ricerca:

Wikipedia
La pace è una condizione sociale, relazionale, politica (per estensione anche personale ovvero intraindividuale, o eventualmente legata ad altri contesti), caratterizzata dalla presenza di condivisa armonia e contemporanea assenza di tensioni e conflitti.

Treccani
Condizione di normalità di rapporti, di assenza di guerre e conflitti, sia all’interno di un popolo, di uno stato, di gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., sia all’esterno, con altri popoli, altri stati, altri gruppi.

A me piace pensare alla pace come a qualcosa che aiuta a sollevarsi da terra; una sensazione di leggerezza che rende l’animo appagato; uno stato in cui pensieri cupi e pesanti siano scacciati, come inutile zavorra che non siamo costretti a trasportare.

Il simbolo? Una colomba: mi piace pensare che la pace possa posarsi ovunque…

E voi, come ve la immaginate?

Proust e il sapore del ricordo

madeleine biscotti

Sono due i motivi che mi hanno fatto pensare a Proust: i fatti recenti di Parigi e l’anniversario della sua morte che ricorre proprio oggi (18 novembre 1922).

Al di sopra delle polemiche, dei pugni alzati, delle voci indignate e di quelle pacificatrici, io voglio solo porgere un omaggio a un grande autore francese, parigino di nascita, e attraverso lui, alla letteratura francese e alla Francia, luogo in cui è nato lo scrittore e in cui si è sviluppato il suo talento.

In particolare, la mia attenzione si appunta su una singolare e minuta descrizione di “quei dolci corti e paffuti, chiamati Petites Madeleines, che sembrano modellati nella valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo“.
Il testo in questione è tratto dal primo volume della Recherche, “Dalla parte di Swann”.

Appena il palato di Proust assapora la madeleine ammorbidita nel tè, prova un delizioso piacere la cui natura gli è oscura.

Come può un semplice dolcetto rendere “indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, allo stesso modo in cui agisce l’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio questa essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale“.

Proust descrive l’esperienza del ricordo evocato da uno dei sensi: il gusto.

Spesso è un profumo o una serie di suoni a richiamare alla memoria un momento passato della nostra vita, con una forza incredibile, e quando riusciamo a ricordare, ci troviamo a rivivere l’istante passato con la stessa intensità originaria, recuperando il luogo e il tempo insieme alle emozioni che lo hanno caratterizzato.

È proprio quello che succede a Proust che all’inizio non riesce a focalizzare il motivo della gioia inaspettata che sta provando; beve un secondo sorso di tè, per sollecitare attraverso il gusto la sensazione e ripercorrere a ritroso il tempo e lo spazio, fino a recuperare la causa della forte emozione che ha provato.

Si concentra, si affatica, si estrania dall’ambiente in cui si trova e tenta di pensare ad altro, sempre all’inseguimento del ricordo sfuggente.
E ad un tratto il ricordo m’è apparso“.

Quel sapore era lo stesso del pezzetto di madeleine che, la domenica mattina, a Combray […], quando andavo a darle il buongiorno nella sua camera, la zia Léonie mi offriva, dopo averlo immerso nel suo infuso di tè o di tiglio“.

Il ricordo riaffiora in tutta la sua potenza vivificatrice, affacciandosi a fatica dal buio del passato, riemerge dalle onde del tempo, evocato da un sapore, e Proust conclude con una frase magnifica su come il ricordo, fragile all’apparenza, continui a vivere anche là, dove ogni cosa è scomparsa o distrutta.

Ma, quando di un passato lontano non resta più nulla, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore rimangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a sorreggere senza piegare, sulla loro stilla quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo“.

Ognuno di noi ha un ricordo felice nel suo bagaglio di vita, auguro, perciò, a tutti, di riuscire a recuperare quel particolare ricordo, coinvolgendo tutti i sensi; vi auguro di farlo rivivere intenso e magnifico nel presente, e spero che la luce di quell’istante di gioia resti a lungo a scaldare il vostro cuore.

Chi ha paura della pagina bianca?

typewriter macchina da scrivere

Leggendo un post su Van Gogh e il suo rapporto con la tela bianca ho ripensato a Mallarmé e alla sua pagina vuota.

Alla paura che si scatena quando ci si trova di fronte a un compito creativo e si teme di fallire, di non produrre niente di buono o di non riuscire proprio a produrre nulla.

Van Gogh scrive a suo fratello Theo in proposito.

Tu non sai quanto sia paralizzante fissare una tela vuota che dice al pittore: tu non puoi fare nulla.

Quindi, il pittore esorta a non avere paura di fare cose sbagliate, se si vuole essere attivi.

Mallarmé in modo non dissimile, lotta contro l’angoscia della pagina bianca: il foglio di carta che resta vuoto, difeso dal suo stesso candore.

O notti! Né il chiarore deserto del mio lume
Sulla pagina vuota che il candore difende
 (Stéphane Mallarmé).

Blocco dello scrittore, paura del foglio bianco: definizioni diverse per un unico dilemma.

Non ci sono ricette infallibili o formule magiche per superare l’impasse e uscirne vittoriosi, solo un costante lavoro ci consente di portare a termine con successo il compito che ci siamo prefissi.

Bisogna prepararsi bene.
Nel caso di chi scrive, leggere molto (un mantra che vi sarete stancati di sentire, ma che è sempre bene ripetere); scrivere con costanza quotidiana; riflettere; fare schemi, se necessario; lavorare sui personaggi, studiandoli fin nei minimi dettagli (immaginare con chiarezza come sono vestiti, quali sono le loro caratteristiche, i tic, la loro storia, osservarli muoversi); documentarsi a lungo per le ambientazioni, se non sono luoghi che si conoscono.

Questo lavoro faticoso dà sempre buoni risultati, inoltre, la mente, se stimolata nel modo corretto, continuerà a elaborare idee, tracce, soluzioni, anche quando saremo occupati a fare ben altro che scrivere: stirare, pulire, camminare, persino dormire.

E in un momento di relax, o durante il sonno arriveranno le idee migliori.

Nel mio caso si tratta di immagini, scene di partenza da cui di solito inizio a tessere una trama che si dipana sempre più chiara, a mano a mano che fisso su carta le idee.

Il lavoro dello scrittore non è semplice, a volte bisogna ragionare a lungo sui personaggi, spesso si resta impantanati in una situazione che sembra non avere una soluzione, ma ho riscontrato che la prima immagine che abbiamo di una trama è per lo più corretta e va difesa da successivi cambiamenti legati alle vicissitudini della storia.

È la scintilla che dà fuoco alle polveri e ci consente di vincere la resistenza della pagina bianca e di proseguire.

Un faro nel buio di una storia appena nata che ci guida a destinazione, tra mille peripezie, ma non bisogna avere paura di sbagliare, perché spesso i percorsi meno battuti sono i migliori o comunque ci aiutano a trovare quello giusto.

In molti casi, è necessario tornare indietro per riprendere il filo, cancellare, rivedere, affilare i nostri strumenti e ripartire con coraggio.

Scrivere è una sfida continua e non ci si può arrestare, perché, citando il titolo di un film di Totò e Peppino, chi si ferma è perduto.